Il prezzo di un titolo è dato dall’incrocio tra domanda e offerta, cioè tra chi vuole comprare e chi vuole vendere. Non è facile, però è molto più del previsto: un titolo sale solo se prevalgono i compratori e scende solo se prevalgono i venditori.

Elementare Watson! Tutto il resto sono razionalizzazioni, tentativi di giustificazione più o meno sensati che facciamo per convincerci ad agire o per convincerci che abbiamo agito cum grano salis.

Questo spiega senza troppi arzigogoli come mai titoli sani e solidi possono incontrare ondate di vendite, da far vacillare l’alone di certezze che li avvolgeva, o come titoli scarsi possono andare incontro a momenti di ingiustificata euforia, capaci di portare le quotazioni alle stelle anche senza meriti.

 

Puoi studiare tutti i libri di analisi tecnica e analisi fondamentale – come la sottoscritta – ma vale poco, se non comprendi che la forza che muove il mercato deriva di fatto dalle azioni che intraprendono i vari soggetti coinvolti nelle negoziazioni.

Le motivazioni che inducono a comprare-vendere-non comprare-non vendere sono solo in parte razionali. Anche la parte irrazionale si riflette nei prezzi.

Semplificando al massimo – meglio semplificare in queste situazioni, già di per sé complicate – ci sono 2 macro categorie di operatori in azione sui mercati:

  • I Big che sanno quello che fanno, sono molto capitalizzati, informati e dotati di strumenti evoluti
  • I piccoli, sia di capitalizzazione sia di capacità - fermo restando che la categoria presenta un’ampia gamma di gradi di capitalizzazione e di capacità.

Orgoglio a parte, noi siamo tutti piccoli rispetto alle forze che muovono sul serio i volumi di scambio.

Avendo noi decisamente meno fiches da mettere sul piatto rispetto alle Mani Forti e soprattutto ricevendo informazioni parziali, ritardate e, come ciliegina sulla torta, tante volte ci arrivano anche taroccate, è meglio tenere sempre a mente che anche un ragionamento che si rivela “ottimo sulla carta”, non è detto che si confermerà “ottimo sul campo”.

Non è un caso che i Nobel in Economia – Herbert Simon nel 1978, Daniel Kahneman nel 2002 e Richard Thaler nel 2017 – siano psicologi: il cambio di paradigma è epocale!

Sfatiamo un mito importante, che ha portato nella fossa tante vittime predestinate: esclusi i posseduti e i bugiardi, nessuno di noi comuni mortali può prevedere con esattezza dove saranno Fiat, Santander o lo Stoxx50 fra 3 mesi, 3 minuti o 3 anni.

Possiamo muoverci solo in termini di probabilità, cercando di massimizzare il più possibile le volte che abbiamo ragione, rispetto a quelle in cui abbiamo torto. Per farlo, ci dotiamo inevitabilmente di una varietà di strumenti quali l’analisi tecnica, l’analisi fondamentale, piattaforme “evolute” che ne sanno una più del diavolo (così ce le vendono, per lo meno…), oscillatori e indicatori nuovi che fioriscono come funghi - ognuno naturalmente tifa per il proprio.

Insomma, c’è l’imbarazzo della scelta: vanno tutti bene in linea di massima, ma nessuno di loro va bene, se preso singolarmente e con fede cieca.

L’abilità più complessa da acquisire – che non si impara sui libri e in nessun corso, perché necessita di tempo e di sbatterci la testa da soli – è imparare a CONTESTUALIZZARE.

Non possiamo prevedere l’andamento futuro dei mercati, ma possiamo prevedere come reagiranno gli operatori in concomitanza di determinati eventi che elicitano determinate sensazioni comuni.

Noi siamo prevedibili in quanto esseri umani: le nostre emozioni e di conseguenza le nostre reazioni in termini di acquisti (sentimenti dettati dalla fiducia e dall’ottimismo per il futuro) e di vendite (sentimenti dettati dall’incertezza, dal dubbio e dalla paura) sono evidenti e ben radicate nella struttura del nostro inconscio.

Questa è una buona notizia:

dalla prevedibilità deriva la ricorrenza:

se una cosa è prevedibile e ricorrente in Borsa,

allora è monetizzabile.

I prezzi salgono e scendono ciclicamente a seconda:

  • delle condizioni economiche generali
  • del settore di appartenenza
  • della situazione peculiare di una determinata azienda
  • dell’andamento dei cambi valutari
  • dell’andamento delle materie prime
  • dell’andamento dei tassi di interesse. Etc.

Questo in un mondo ideale.

In realtà dobbiamo sempre tenere a mente che non sono tutti sempre degli angioletti quando si tratta di soldi e quindi possiamo aggiungere altre variabili:

  • informazioni privilegiate (è un reato, ma non per questo non esiste)
  • informazioni parziali e ritardate che arrivano fino a noi
  • informazioni volutamente fuorvianti, ai limiti della circonvenzione di incapace (ma veramente c’è chi gioca migliaia di euro in un algoritmo, convinto che con leva 1:100 sul forex ci puoi fare lo stipendio???)
  • scandali e truffe, nei casi peggiori, purtroppo sempre più frequenti

Forse il problema peggiore di tutti è che, anche a sapersi orientare in questa giungla di serpenti avvelenati, il nostro cervello di sapiens-sapiens non è stato programmato per farci eccellere negli investimenti finanziari, anzi, brancola nel buio e fa il meglio che può con le risorse che ha.

La tendenza a vendere appena vediamo 2 lire di guadagno (non sia mai che si polverizzano subito nel nulla!) e a conservare posizioni in perdita, appesi alla speranza che “domani sarà un giorno migliore”, derivano da meccanismi ancestrali incontrollabili e difficili ad essere modificati.

Come se non bastasse, non dobbiamo fare i conti solo con la complessità del mercato e con le nostre decisioni poco accurate, ma dobbiamo anche fare i conti con le decisioni poco accurate di tutti gli altri invisibili compagni di viaggio che sono insieme a noi nei book di negoziazione, in attesa anche loro di comprare o vendere.

Nessuna scienza esatta può aiutarci: anche i confini della matematica si disperdono quando la teoria si scontra con le applicazioni pratiche del denaro e con i sentimenti che ci inducono a fare cavolate, neanche fossimo adolescenti alla prima cotta!

Compriamo quando i prezzi sono alti, perché tutti stanno comprando… senza considerare che nulla è immutabile e prima o poi la musica si invertirà e qualcuno per forza di cose arriverà tardi e rimarrà col cerino in mano.

Allo stesso modo vendiamo quando i prezzi sono bassi perché, se sono bassi, significa che il sentiment è negativo e la paura ci impedisce di riconoscere che, da che mondo è mondo, dopo la notte arriva sempre l’alba… ma quando vedi buio pesto, non c’è spiraglio di luce che tenga.

Risultato: compri i massimi e vendi i minimi. L’esatto contrario di quello che ti eri ripromesso di fare nel “piano di trading”… Nelle bolle questo fenomeno è molto evidente, ma vale anche quando i prezzi compiono respiri più ampi e meno violenti, solo che impiegano più tempo a manifestarsi.

Questi singoli comportamenti copia-incollati n’ volte generano movimenti imponenti che vediamo sintetizzati nei grafici e che rispecchiano anche le aspettative umane.

Già nel 1895 Gustave Le Bon, geniale osservatore dei mutamenti della società, antropologo, psicologo e sociologo francese, aveva intuito che l’uomo, quando si aggrega in folle, perde in parte il suo “buon senso” e arriva a decadere fino allo stato animalesco. Le Bon sostiene che queste emozioni primordiali, che appartengono a ciascuno di noi, se prese individualmente, non recherebbero problemi insormontabili e sarebbero facilmente gestibili. Il problema si pone quando si presentano in forma aggregata, come illustra lucidamente nel suo intramontabile e sempre attuale “La Psicologia delle folle”.

Lo strumento di analisi dei mercati più diffuso tra gli operatori è l’analisi tecnica: le linee/candele tracciate sui grafici cos’altro sono, se non la rappresentazione visiva dell’andamento dei prezzi e quindi di queste tensioni?

Purtroppo si impegnano anni nello studio del “macd” e dell’”rsi” e zero tempo nello studio delle emozioni.

Charles Dow ideò con Edward Jones il Dow Jones Industrial Average: scelsero i primi 11 titoli per la composizione dell’indice tra i titoli dei settori ferroviario e industriale, perché avevano capito che la ciclicità dei settori è un efficacissimo barometro delle condizioni dell’economia reale (il loro interesse non aveva a che fare con la previsione dei mercati in ottica speculativa).

L’intuizione geniale risiede nella conferma reciproca dell’andamento dell’Industrial Average e del Rail average, unitamente alla conferma dei volumi, altrimenti nessun segnale di inversione può verificarsi. Il settore industriale è associato per definizione ai mezzi di trasporto: ce ne accorgiamo dalla catena di eventi rovinosi che si generano se scioperano i camionisti lasciando i supermercati vuoti!

Ciclicamente osserviamo più fasi passarsi il testimone di volta in volta: la frequenza, la rapidità e le modalità con cui avvengono questi cambiamenti sono ciò che rende ciascuno di loro unico, seppur si muovano tutti all’interno di un paradigma dalla natura squisitamente umano.

I titoli dei trasporti dipendono in larga parte dagli accadimenti economici: quando inizia la ripresa economica, i magazzini sono vuoti e servono materie prime per riprendere la produzione, il volume dei trasporti aumenta e gli investitori spingono al rialzo i prezzi delle azioni dei trasporti. Il clima è disteso, si comincia ad annusare nell’aria che si sta andando incontro ad un periodo favorevole, la fiducia aumenta sempre più spontaneamente e ci sono tutte le carte in regola per aspettarsi una crescita degli affari e dunque delle quotazioni.

Nascono così le fasi di espansione economica - TORO – in cui gli investitori istituzionali gradualmente accumulano titoli a prezzi bassi. Mano a mano che cresce l’euforia, anche i più lenti se ne accorgono e saltano tardivamente sul treno in corsa. Quando tutti quelli che dovevano comprare hanno comprato, gli acquisti si placano e rapidamente arrivano i venditori che cominciano a disfarsi dei loro asset – in gergo, si dice che inizia la fase della distribuzione.

Quando il ciclo economico arriva a un suo punto di massimo, le aziende sono sovraccariche di scorte e la domanda di materie prime cala. Iniziano i ribassi delle quotazioni azionarie: si è innescata una fase recessiva - ORSO - Vendite chiamano vendite, in un crescendo di paura; nei casi più acuti, si genera un vero e proprio panic selling, destinato anch’esso a placarsi - anche se chi lo sta vivendo in diretta, non lo ritiene plausibile.

Quello che succede durante il passaggio

da una fase toro a una fase orso e viceversa

dipende da una marea di fattori

– economici, politici, sociali, psicologici –

e si manifesta con modalità

ogni volta nuove

ed allo stesso tempo ricorrenti

Per ognuno di noi diventa necessario conoscere queste ciclicità – in termini economici, tecnici e psicologici.

Sapere in che punto della fase economica ci si trovi – TORO, ORSO, FORMICA, GAMBERO, BRADIPO - cambia le sorti del nostro portafoglio. Nel bene e nel male.

I mercati diventano sempre più complessi; su questo non abbiamo controllo.

Ciò che invece possiamo controllare è il nostro livello di conoscenza e di approfondimento – i risultati cambiano di conseguenza. Una volta identificata strategicamente la fase in cui ci si trova, si passa a selezionare tatticamente le operazioni da implementare.

Prima ancora però, bisogna interiorizzare le dinamiche psicologiche e comportamentali dei singoli e delle masse.

Solo così si comprenderà che anche l’irrazionalità ha una sua logica prevedibile.

PER SCOPRIRE COME RICONOSCERE E COME AFFRONTARE LE 5 FASI DEL MERCATO FINANZIARIO. TORO, ORSO, FORMICA, GAMBERO, BRADIPO -

LEGGI BANKARATE. MANUALE DI AUTODIFESA DAI COLPI BASSI DEL MERCATO

Luana Velardo