Parigi - inverno 2008, nel pieno della crisi finanziaria.

Travis Kalanick e Garret Camp, due giovani imprenditori californiani, dopo aver partecipato ad una conferenza, si ritrovano in strada alla ricerca di un taxi. Fa freddo e l’attesa si fa lunga.

Talvolta basta solo osservare cosa capita nel quotidiano per sentire accendersi la scintilla della creatività e dell’innovazione: è stato questo il caso in cui due imprenditori, prendendo spunto proprio dall’esigenza del momento, iniziano a riflettere su quanto sarebbe comodo potersi rivolgere a qualcuno in situazioni di difficoltà o di emergenza per chiedere un passaggio in macchina

 

Questa brillante intuizione si è in seguito concretizzata in un’applicazione, con la quale dei privati automuniti si mettono a disposizione di altri privati che cercano un passaggio.

Kalanick e Camp masticavano tecnologia già da anni, avendo entrambi già creato startups innovative ad alto tasso informatico.

Camp nel 2002, a soli 24 anni, aveva fondato StumbleUpon, una web discovery platform, che in pochissimo tempo raggiunse 25 milioni di utenti e il 2013 fu la volta di Expa che, come lui stesso dichiarava, “è una società nata per creare società”, ossia una startup che assiste e supporta altre startup a nascere e crescere.

Travis, dopo aver abbandonato gli studi di ingegneria informatica a 22 anni, aveva fondato con alcuni compagni di studi Scour Inc., startup che si occupava della ricerca sul web di file multimediali, e Scour Exchange per la successiva condivisione in rete attraverso il sistema peer-to-peer, esperienza che gli portò però più che altro grane a livello legale per violazione di copyright. Fatta fallire quest’ultima per evitare cause legali rovinose, nel 2001 creò Red Swoosh, sturtup anch’essa incentrata sulla condivisione di files di grosse dimensioni tra utenti che condividono lo stesso software e la vendette 6 anni dopo per 20 milioni di dollari ad AKamai Technologies, così da diventare milionario a soli 30 anni.

Nel 2009 i due fondano insieme Ubercab (questo il nome all’inizio), una startup di San Francisco che, nelle sue prime intenzioni, forniva servizi di trasporto, mettendo passeggeri ed autisti in relazione diretta attraverso un’applicazione software mobile.

In realtà hanno rivoluzionato il modo di concepire il trasporto nel mondo.

Questi i passaggi salienti della strabiliante crescita di Ubercab:

  • Maggio 2010: 1’ corsa a San Francisco.
  • Ottobre 2010: eliminato “cab” dal nome (sottolineata la distinzione dai taxi).
  • Dicembre 2011: Uber diventa internazionale arrivando in Francia nella Ville Lumière, proprio dove Travis e Garrett 3 anni prima avevano concepito l’idea, percorrendone le strade innevate.
  • Luglio 2012: Ice cream, glace, eis, whippy: comunque lo si chiami, il gelato è richiesto on-demand in 7 città degli Stati Uniti e da allora Uber lo fa arrivare ogni estate.
  • Novembre 2012: Uber sbarca in Australia.
  • Agosto 2013: Città del Messico dà il benvenuto a Uber in occasione del lancio nella prima città latinoamericana.
  • Aprile 2014: Uber è disponibile in 100 città e in agosto gli utenti diretti nello stesso posto possono condividere la corsa e suddividerne il costo. Il messaggio è: meno traffico e meno inquinamento.
  • Estate 2014: inizia l’espansione in America centrale e meridionale.
  • Ottobre 2014: Uber collabora con i rifugi per animali degli Stati Uniti per lanciare UberKITTENS. Gli utenti richiedono 15 minuti di coccole e cupcake, il tutto a vantaggio dei rifugi locali.
  • Aprile 2015: viene lanciata Uber Eats per il cibo on-demand a Los Angeles, New York e Chicago.
  • Maggio 2015: Uber è in 300 città, il triplo rispetto a solo l’anno prima.
  • Dicembre 2015: a cinque anni dal lancio, si conta la miliardesima corsa.
  • Giugno 2016: in altri sei mesi, gli utenti raggiungono il secondo miliardo di corse. Ormai il volano è partito.

Travis Kalanick dichiara: “Ci sono voluti 5 anni per raggiungere il nostro miliardesimo viaggio, solo sei mesi per raggiungere il secondo, speriamo di raggiungere il nostro terzo ancora più velocemente”. Parole che fanno comprendere come la filosofia e gli obiettivi di imprese web come Uber, Amazon, Facebook, Google ed eBay siano decisamente diverse da quelli delle imprese tradizionali: volumi in costante crescita sono l’elemento distintivo di queste aziende, che utilizzano algoritmi per favorire l’incontro tra domanda e offerta e si perfezionano con l’aumentare dei dati e degli utenti.

Ad oggi Uber è presente in oltre 70 paesi e in più di 700 aree metropolitane e dalla sua fondazione ha lanciato 21 round di finanziamenti, per un totale di oltre 24 miliardi di dollari. Tra i suoi soci di punta troviamo Toyota, il fondo sovrano saudita Pif, il fondo tech giapponese SoftBank, star di Hollywood e noti personaggi sportivi.

In pochissimi anni il modello rivoluzionario di Uber è diventato un format da replicare in tanti altri campi; questi i principali tratti distintivi:

la flessibilità del lavoro, l’efficienza e l’ottimizzazione delle risorse, la connessione immediata con i clienti, l’utilizzo efficace dell’enorme mole di dati raccolti, il costo marginale orario che non varia nel tempo, il ricorso a pratiche commerciali aggressive e la facilità a trovare nuovi investitori.

Uberization è diventato infatti un neologismo per riferirsi ad un’azione dirompente, che si esercita su imprese e processi aziendali già esistenti, stravolgendone il modello e persino il lessico!

Nel giugno 2016 il termine “uberizzazione” entra nel dizionario di Wikipedia:

To Uberize: da Uber (azienda), che ha stravolto l’industria del taxi, creando un modello di business che consente ad autisti privati di essere pagati per adempiere a un servizio simile. Modificare un mercato o un modello economico con l’introduzione di un’alternativa più efficiente ed economica”.

Migliaia di imprese in tutto il mondo hanno copiato questo modello, infatti si è cominciato a parlare in giro di “uberization of finance”, “uberization of banking”, “uberization of credit” ed “uberization of work”.

Certo non è stato sempre tutto rosa e fiori neanche per questo colosso: l’aggressività con la quale Uber è entrata nei mercati, le accuse di sfruttamento ai suoi autisti, le accuse di elusione di norme nazionali e fiscali e ancora i guai per il furto di informazioni sensibili di decine di milioni di utenti da parte di hacker sono punti critici importanti.

Fatto sta che il 10 maggio 2019 Uber arriva a quotarsi in Borsa a Wall Street ed è stata finora la più grande quotazione di una società della “gig economy”, il modello economico basato sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo in forte crescita ovunque, seppur con scarse garanzie contrattuali.

La quotazione comporta molta visibilità e anche molti più obblighi di contabilità e trasparenza dell’informazione di prima.

Nel caso di Uber si sono resi necessari una trasformazione profonda della cultura aziendale ed una serie di mosse a seguito anche di forti polemiche e scandali, non ultimo l’accusa di molestie sessuali del top management, che hanno portato addirittura alle dimissioni dell’AD e fondatore Kalanick ed alla successiva assunzione come A.D. due anni fa di Dara Khosrowshahi, manager di origine iraniana proveniente da Expedia, arrivato con l’obiettivo dichiarato di portare l’azienda in Borsa e di darle anche una ripulita, un’immagine più etica, e di porre fine ai continui scioperi da parte degli autisti che reclamano un trattamento economico assimilabile a quello dei dipendenti.

Alle continue domande di giornalisti e potenziali investitori su quando e se Uber inizierà a guadagnare (nel 2018 ha fatturato più di 11 miliardi di dollari con perdite per circa 2 miliardi di dollari), Uber risponde che il suo obiettivo è essere leader del trasporto totale e non solo di persone.

Da qui il continuo investimento e reinvestimento degli utili e il puntare ad obiettivi sempre più ambiziosi, attraverso il continuo ampliamento dell’offerta ai suoi utenti e con la nascita di nuove divisioni che si occupano di trasporto di cibo (Uber Food), di logistica con camion e container (Uber Freight) e di noleggio di bici e monopattini elettrici.

Al momento è il progetto Uber Air il più dispendioso per l’azienda con i suoi 800 milioni di dollari di costo annuo: trattasi di trasporto aereo urbano con tanto di creazione di auto senza pilota.

Con una visione così orientata al futuro, evidentemente non hanno proprio tempo per focalizzarsi sulle perdite del presente e chi decide di investire su Uber sa che si tratta di una scommessa sul futuro.

Anche l’esordio in Borsa non è stato molto esaltante: le contrattazioni il 10/5/19 hanno aperto a 42$, ben al di sotto del prezzo di collocamento di 45$, chiudendo a 41,57$, in calo del 7,62%. Sono state vendute 180 milioni di azioni per una raccolta di 8 miliardi di dollari e raggiungendo una capitalizzazione di circa 75 miliardi, molto inferiore ai 120 miliardi a cui puntava l’azienda.

Dal 2012 rimane tuttavia la seconda IPO high tech più grande dopo Facebook, nonchè la 14esima della storia.

Uber è sbarcata anche in Italia, ma in modo molto marginale rispetto ad altri paesi e tra infinite polemiche e fraintendimenti: i tassisti si sono rivoltati contro la liberalizzazione del mercato che sottintende Uber e le inevitabili conseguenze, come ad esempio il notevole investimento per acquisire una licenza per Taxi, o il rischio di capitare sull’auto di un conducente senza le dovute minime garanzie di sicurezza necessarie al trasporto di persone, la mancanza di un tariffario regolato etc. E’ altrettanto vero che così si è persa una buona opportunità che avrebbe potuto recare vantaggi a molte persone. Argomentazioni scivolose e polarizzanti, come ogni volta in cui emerge un elemento veramente disruptive come la uberization.

Dopo la chiusura in Italia nel 2015 di UberPOP, servizio avviato in fase sperimentale solo in alcune città, al momento l’offerta di Uber si concentra su servizi di nicchia come UberBlack, UberLux e UberVan (per il trasporto di più persone), rigorosamente esercitati da professionisti dotati di licenza NCC, offrendo esclusivamente un servizio premium e solo a Roma e Milano.

Scriveva Neil Postman, famoso sociologo e critico culturale statunitense: “Una nuova tecnologia tende a favorire alcuni gruppi di persone e danneggia altri gruppi. Gli insegnanti delle scuole, per esempio, saranno, a lungo andare, resi obsoleti dalla televisione, come i maniscalchi furono resi obsoleti dalle automobili, come i cantastorie furono resi obsoleti dalle macchine da stampa. Il cambiamento tecnologico, in altre parole, produce vincitori e perdenti”.

Gli insegnanti fortunatamente non sono scomparsi e forse non scompariranno nemmeno i tassisti, ma facilmente tutto il mondo del trasporto fra qualche anno dovrà fare i conti con Uber, così come il mondo delle vendite online ha fatto i conti con Amazon, e non sarà un cambiamento imposto dall’alto, ma il risultato della somma delle scelte di milioni di persone.

Luana Velardo